12/01/2006
COOP, RILANCIARE LA "DIVERSITÀ" Articolo per La Repubblica ed. BOLOGNA

Pierluigi Stefanini, persona di cui ho la massima stima, si trova a dover affrontare come nuovo Presidente di Unipol un compito davvero impegnativo, soprattutto dopo che la Banca d'Italia ha detto di no all'opa su Bnl.
Ma il problema non riguarda solo le cooperative. Sulla moralità dei comportamenti l'elettorato di centrosinistra non fa sconti, e questa è una fortuna. I DS sono oggetto di una campagna indecente ed è giusto reagire. Non c'è nessuna questione morale che li coinvolge.
In un Paese in cui il livello di etica pubblica e di rispetto delle regole è drammaticamente crollato, a causa innanzitutto della pratica di governo ad personam di Berlusconi, il tema della moralità deve tuttavia riguardare non solo la politica ma anche la sfera degli affari. I vecchi dirigenti di UNIPOL, prima ancora del codice penale del quale risponderanno all'autorità giudiziaria, hanno violato una regola fondamentale di ogni azienda, tanto più se cooperativa. I manager non possono utilizzare la posizione ricoperta per arricchirsi personalmente né fare uso indebito della reputazione dell'azienda per fini privati.
Come propone Francesco Vella, le aziende dovrebbero adottare codici di autoregolamentazione che fissino stringenti vincoli comportamentali per gli amministratori, con l'immediata decadenza in caso di violazione e l'istituzione di una magistratura interna formata da persone autorevoli e indipendenti.
Le cooperative potrebbero dare l'esempio. E affrontare l'altro tema che viene giustamente proposto, cioè l'adozione di nuove regole di governo interno capaci di superare l'attuale concentrazione di poteri nelle mani di manager onnipotenti, come ad esempio il limite di mandato negli Statuti, gli amministratori indipendenti nei consigli e un ruolo maggiore per lavoratori e soci.
C'è chi vorrebbe ridurre le cooperative ad un ruolo marginale come Confindustria, che si è fatta più volte interprete di questo pregiudizio, e il centrodestra al governo il quale per ben due volte, nel 1994 e nel 2001, ha tentato di colpire la cooperazione.
La via non è l'omologazione agli altri tipi d'impresa, ma il rilancio delle caratteristiche distintive dell'azienda cooperativa, dei suoi obiettivi e della sua missione in ogni campo, anche quelli della finanza e della banca.
Bologna e l'Emilia-Romagna sono la capitale italiana della cooperazione e dell'economia sociale. Un rilancio dello spirito cooperativo può avere ricadute positive a partire dai nuovi bisogni che potrebbero avere risposta, come la casa per gli studenti e gli immigrati, la riqualificazione delle zone commerciali omogenee, l'assistenza agli anziani nei condomini.
Nessuno può stupirsi per la vicinanza di valori esistente tra la cooperazione e la sinistra poiché è così ovunque, mentre il collateralismo è finito dalla caduta del Muro. Tuttavia la riflessione critica deve riguardare, oltre ai DS, tutto il centrosinistra.
E' giusto contrastare l'opacità e l'asfissia del capitalismo italiano, ma il salotto buono non può essere combattuto con qualche sedia in più. Occorre abbattere le pareti.
Ha sbagliato il governo di centrosinistra ai tempi della scalata alla Telecom. Hanno sbagliato i DS nel non saper distinguere tra imprenditori e speculatori nelle recenti scalate bancarie. Ha sbagliato la Margherita a prendere le parti di Abete contro l'Unipol nella scalata a Bnl.
La politica deve occuparsi dell'economia. Ma deve dettare le regole e aprire i mercati finanziari alla concorrenza, non intervenire per realizzare gli assetti proprietari che di volta in volta ritiene più adeguati.