"Qual è il passo giusto per iniziare? Il nodo principale della transizione riguarda dunque le modalità di composizione dell'organo costituente. In base ad un primo modello questo potrebbe essere formato da delegati dei partiti ed eventualmente di altre realtà associative. L'alternativa, a mio avviso preferibile, consiste nell'adottare, sin da subito, il principio "una testa un voto" con il quale si definisce, sin dall'inizio, una appartenenza nuova". Lo ha sostenuto Salvatore Vassallo nel passaggio-chiave della sua relazione al Seminario di Orvieto sul Partito Democratico. "Ho sentito parlare di teste e di voti. Ora servono le teste, ai voti penseremo poi" gli ha risposto Massimo D'Alema nel suo intervento, aggiungendo che non lo convince l'idea di un "partito del leader e dei cittadini" poiché ci sono anche le organizzazioni sociali, i portatori di interesse, le associazioni.
Vassallo ha avuto il merito di fare una relazione con la quale, come si dice in gergo, ha messo "i piedi nel piatto" e ha fatto discutere il gruppo di lavoro sull'organizzazione (a cui ho partecipato anch'io) fino a sera inoltrata. Io ho simpatizzato fin da subito con la sua relazione, e l'ho anche detto nel mio intervento nel gruppo di lavoro, per due semplici ragioni. Primo, perché è partito dalla crisi delle attuali forme della politica e dalla necessità di fare qualcosa di assolutamente nuovo. Secondo, perché ha proposto di chiamare di nuovo in campo il "popolo delle primarie", senza il quale secondo me il partito democratico non si farà, a votare nella seconda domenica di ottobre del 2007 per i componenti del Consiglio Federale del partito (a cui viene attribuito un mandato costituente) e, in maniera congiunta, per il primo Presidente del partito.
Devo dire che le obiezioni di molti componenti il gruppo dirigente DS e di esponenti popolari intervenuti nel gruppo di lavoro mi hanno fatto pensare che, nonostante qualche ingenuità di Vassallo, che va corretta, e una certa sottovalutazione, anch'essa da correggere, per il problema del radicamento sociale del nuovo partito, la strada da lui indicata è quella giusta. Pierluigi Castagnetti ha avuto il merito di esporre nel modo migliore l'obiezione di fondo, e ha detto che i voti si "contano" alla fine del processo, ma all'inizio si "pesano", intendendo dire che si deve tener conto con il metodo delle "quote" di tutte le sensibilità e di tutte le culture che partecipano alla costituente. Giusto tener conto di tutti, ma se si comincia così è difficile che si arrivi dove propone Vassallo.
Purtroppo il limite più forte del seminario è che non si è praticamente discusso del programma fondamentale del nuovo partito anche a causa della relazione molto deludente di Roberto Gualtieri, tanto è vero che Romano Prodi ha sentito il bisogno di annunciare che presto verrà elaborata una proposta di Manifesto per il nuovo partito. Buona, a mio parere, la relazione di Pietro Scoppola sulle ragioni del partito democratico, ma quella era solo la premessa a cui doveva seguire tutto il resto.
Sull'affiliazione internazionale del nuovo partito (PSE o non PSE) Prodi ha proposto di "anticipare" processi che dovranno maturare anche a scala europea, e a Orvieto è sembrato che questa soluzione possa tenere almeno per un po’.
Comunque, come si è detto, il treno è partito. L'obiettivo è arrivare alle elezioni europee del 2009 con il nuovo partito. Prossima tappa i congressi DS e Margherita della primavera 2007. Vedo particolarmente complicata la situazione nei DS. La sinistra (assente a Orvieto) ha scommesso troppo sul fatto che il PD non si farà, e se invece si farà (come io penso) non saprà che pesci pigliare. La maggioranza teme un congresso-referendum dove il NO al PD potrebbe anche prendere molti voti, ma - almeno finora - non è stata in grado di mettere in campo un progetto politico e programmatico forte in grado di sfidare tutti e impedire fin troppo facili rendite di posizione.