E’ vero, come ha detto Andrea De Maria, che alle elezioni regionali il PD di Bologna non ha subito un effetto vistoso per il trauma costituito dalle dimissioni del sindaco Delbono in seguito alla vicenda giudiziaria che l’ha coinvolto.
Tuttavia ci sono alcuni aspetti del voto che ci devono far riflettere, soprattutto in vista delle prossime elezioni comunali. Non sappiamo ancora quando si voterà, stiamo insistendo per il voto in autunno, ma dal PdL non viene nessun segnale chiaro. La sfida delle comunali sarà molto ardua, e non si può dare nulla per scontato, neppure che a Bologna si ripeta il voto delle regionali.Il primo aspetto, già rilevato da molti, è la perdita di voti assoluti del PD (- 20.000 nel comune capoluogo rispetto al 2009), frutto di un astensionismo che è stato, come in tutta la regione, superiore alla media nazionale.
Se questo fatto viene sommato al risultato della lista Grillo, il migliore in assoluto a livello nazionale (127 mila voti pari al 6% in regione, 14 mila voti pari all’8% nel comune capoluogo), si giunge alla conclusione che vi è una quota particolarmente ampia di elettori critici verso il centrosinistra e la politica in generale. Un effetto del caso Delbono, probabilmente esteso a tutta la regione.
Quello ottenuto dai “grillini” non è un risultato improvviso. Già nel settembre del 2007 Beppe Grillo riempì Piazza Maggiore in occasione del V Day, e alle comunali del 2009 le sue liste ottennero un buon risultato nei quartieri. Si tratta di elettori giovani, non solo studenti ma anche operai e non occupati, collocati nei quartieri popolari di Bologna e nei comuni della prima cintura.
Se il PD fosse quello che aveva promesso di essere alla sua nascita, questi elettori guarderebbero già naturalmente a noi. Una parte di loro parte da un pregiudizio nei confronti dei partiti in quanto tali, e con questi c’è poco da fare. Ma un’altra parte è interessata a temi che dovrebbero essere nostri, come la sobrietà e i costi della politica, la riforma dei partiti attraverso l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, la distinzione tra partiti e amministrazione, le modalità di selezione della classe dirigente.
Il terzo ed ultimo aspetto è il voto alla Lega Nord, che si sta consolidando. Esso è soprattutto il frutto di una redistribuzione di voti interni alla destra, poiché il PdL a Bologna perde anche in percentuale, oltre che in valori assoluti. La Lega Nord è invece l’unico partito che aumenta sia in voti assoluti, sia in percentuale: raggiunge i 40.000 voti e il 10% a livello provinciale, e ottiene i risultati migliori – come è stato osservato – nei comuni più lontani dal capoluogo.
Si tratta di un elettorato in grande parte popolare, che vota Lega perché preoccupato dagli immigrati, soprattutto per il lavoro e la concorrenza nell’accesso ai servizi, dall’asilo nido alla casa popolare. Anche su questi temi dobbiamo esprimere una posizione, favorevole all’inclusione, ma con criteri di equità comprensibili da tutti.
Sono convinto che la rottura tra Fini e Berlusconi abbia un carattere strategico, e che Fini pensi ad una destra alla Sarkozy molto diversa da quella plebiscitaria e populista del PdL. Non credo che questo determini nuove elezioni politiche a breve, ma indubbiamente apre spazi politici maggiori, di cui il PD dovrebbe saper approfittare.
Le elezioni regionali le abbiamo perse, perché molte regioni importanti sono passate alla destra. In Emilia-Romagna è diminuita la distanza tra centrodestra e centrosinistra, in controtendenza con quanto è avvenuto a livello nazionale, dimostrando ciò che era già chiaro alle elezioni europee dello scorso anno, e cioè che la regione è maggiormente contendibile. Quelle innovazioni che Vasco Errani ha annunciato in campagna elettorale ora devono essere necessariamente attuate, questo voto lo indica chiaramente.
La cosa che mi preoccupa di più, per quanto riguarda Bologna, è il distacco dalla politica, che coinvolge in vari modi anche il nostro elettorato.
Per questo vedo necessarie due discontinuità.
La prima riguarda il percorso verso le elezioni comunali. Il PD deve dare impulso ad un vasto raggruppamento civico, che sia in grado di andare ben oltre i confini dei partiti.
La coalizione e la candidatura a sindaco ne dovranno essere l’espressione.
Non è solo questione di programmi, che spesso abbiamo fatto per dire il meno possibile e per rinviare a dopo ogni decisione.
C’è bisogno di una grande e straordinaria mobilitazione di persone e di idee, per consentire a una nuova generazione di entrare in campo e di mettersi alla prova. Le intelligenze, le competenze e la cittadinanza attiva di Bologna dovranno essere coinvolte, per definire non generiche ambizioni, ma progetti concreti, che permettano alla nostra città di tornare nel circuito delle aree urbane più innovative d’Europa.
La seconda discontinuità riguarda il prossimo congresso del PD.
Considero positivo il modo in cui esso si è avviato, non con candidature di area o di corrente, ma con contributi al dibattito avanzati da singole persone o da gruppi che si riconoscono nei vari documenti che sono stati presentati. Come è molto positivo che la gran parte dei protagonisti di questa discussione siano giovani, che possono costituire il nucleo fondamentale della nuova classe dirigente del PD bolognese.
Il difetto principale del PD di Bologna è di essere nato sugli assetti, sulle incrostazioni e anche sui conflitti degli ex-DS, il partito più grande tra quelli hanno contribuito alla sua fondazione.
La discontinuità necessaria consiste dunque nella formazione di un nuovo gruppo dirigente capace di liberarsi dai conflitti e dalle linee di comando del passato.
Chi ha proposto i diversi contributi ha ora il compito di approfondire il confronto sui documenti. Se vi sono insuperabili differenze politiche, allora è bene ci sia una libera competizione tra più candidati, i quali a quel punto saranno la limpida espressione delle diverse idee in campo e non il segno di un puro scontro di potere.
Ma se, come a me pare, differenze insuperabili non vi sono, allora chi ha proposto quei contributi deve avere il coraggio di svincolarsi da ogni condizionamento, e deve avere la forza di avanzare una candidatura. Essa può essere la diretta espressione del nuovo gruppo dirigente che si va formando, oppure la garanzia che si sta comunque andando in quella direzione.
Quale che sia quella candidatura, io sono pronto a sostenerla. E credo che le generazioni politiche precedenti, come la mia, abbiano il dovere di salvaguardare l’autonomia della nuova generazione, che deve fare liberamente le proprie scelte.
Solo così saremo all’altezza delle aspettative che vi sono intorno a noi. Non credo proprio che ci sia qualcuno che abbia alcuna voglia di assistere al solito, vecchio scontro tutto interno, senza vere e comprensibili motivazione politiche.
(Intervento alla riunione della Direzione del PD di Bologna del 23 aprile 2010)


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Il PD a Bologna è stato scadente nella politica della casa, da bocciare per quanto riguarda i trasporti pubblici, poco chiaro nelle politiche dell’accoglienza e del lavoro, non credibile nella lotta al degrado, assente nella “politica verde” (raccolta rifiuti, piano energetico, ecc.). Cose difficili, lo so, ma e’ su queste cose che il popolo di sinistra misura il proprio gradimento. Bisogna partire dal basso e arrivare a piani e progetti condivisi, dopo aver ascoltato i vari portatori di interesse, le associazioni, i quartieri. Ascoltare, poi proporre, poi discutere le proposte, poi migliorarle. Un lavoro lungo, da iniziare al piu’ presto.
Dimenticavo una cosa: i favori (appalti, agevolazioni, visibilita’, cariche…) distribuiti agli amici creano tanti nemici: non lo sa chi governa da tanti anni? Alla fine si fanno avanti quelli che vogliono “la loro fetta”: tutto sbagliato, la politica non deve poggiare sui favori da distribuire agli amici.
Marina Marini