La “doppiezza” di Bersani

bersani_assembleanaz.jpgLa lunga maratona del congresso e delle primarie del PD è finita. Ed è stato indubbiamente un successo. Alle assemblee di circolo, che si sono tenute entro il 30 settembre, hanno partecipato 466.573 iscritti, pari al 56,40%. Alle primarie del 25 ottobre hanno partecipato 3.102.709 elettori, solo 400mila in meno del 14 ottobre 2007.  Anche a Bologna (94.464 elettori) e in Emilia-Romagna (391.085 elettori) la partecipazione alle primarie è stata alta.

I risultati sono noti. Pierluigi Bersani è il nuovo Segretario nazionale del PD, il Segretario di tutti, con il 53,23% dei voti (54% in Emilia-Romagna, 56.79% a Bologna). Dario Franceschini ha ottenuto il 34,27% dei voti (33,9% in Emilia-Romagna, 29,96% a Bologna) e Ignazio Marino il 12,3% dei voti (12,1% in Emilia-Romagna, 12,02% a Bologna). Stefano Bonaccini è il nuovo Segretario regionale del PD con il 51,2% dei voti (a Bologna ha conseguito il 52,33%). Mariangela Bastico ha ottenuto un ottimo risultato con il 36,5% dei voti (33,15% a Bologna) e Thomas Casadei ha ottenuto il 12,49% dei voti (12,52% a Bologna).

Vi sono tre paradossi che hanno caratterizzato l’elezione di Bersani a Segretario del PD.

Il primo riguarda il fatto che ha ottenuto più di 1 milione e 600 mila voti di elettori. Se fosse stato votato solo dagli iscritti, come la sua mozione avrebbe voluto, sarebbe stato eletto da molte meno persone, e avrebbe di conseguenza una minore autorevolezza.

Il secondo paradosso riguarda la principale ragione per cui Bersani è stato preferito a Franceschini e Marino, che con ogni probabilità ha a che fare con il suo profilo di sperimentato uomo di governo. In questo modo si afferma nei fatti il principio stabilito nello Statuto vigente, secondo il quale il Segretario del PD è il candidato premier alle elezioni successive, principio che la sua mozione ha contestato.

Il terzo paradosso riguarda il fatto che l’uscita dal PD di Francesco Rutelli, con la motivazione che Bersani rappresenta il ritorno ad un partito della sinistra con qualche indipendente, induce il segretario ad accentuare la continuità con il progetto originario del PD, che la sua mozione metteva in dubbio.

Sia a livello nazionale che a livello locale le primarie hanno comunque fotografato una realtà plurale di cui entrambi i segretari, Bersani e Bonaccini, hanno dichiarato di voler prendere atto. E infatti, Bersani ha proposto a Dario Franceschini - il quale ha accettato - di assumere l’incarico di Presidente del Gruppo PD alla Camera.

Il discorso di Bersani all’Assemblea Nazionale del 7 novembre ha mostrato un duplice andamento, una sorta di “doppiezza” che rappresenta  bene la realtà del PD uscito dalle primarie.
Nella parte iniziale del suo discorso, quella dedicata alle proposte, ha dimostrato chiaramente di pensare ad un PD che parla a tutta la società, che non si rinchiude in un recinto prestabilito, che parla alle persone in carne ed ossa più che al ceto politico. Sono risuonati, a mio avviso positivamente, anche accenti che mi hanno ricordato il discorso del Lingotto di Walter Veltroni.
Nella seconda parte, invece, tutto ciò è entrato in contraddizione con l’elencazione minuziosa delle forze, numerose ed eterogenee, con cui ci dovremmo alleare per vincere le elezioni. Se dobbiamo condividere le nostre proposte con tutti quegli alleati finiremo presto nelle condizioni poco rassicuranti in cui era l’Unione nella scorsa legislatura. E l’idea di una riforma elettorale di tipo proporzionale, che non è stata esclusa nel discorso del Segretario, secondo me sarebbe una sciagura.
Quale Bersani prevarrà, il primo o il secondo? Io mi auguro che prevalga il primo, non per negare le alleanze, ma per non sostituirle alla ricerca del consenso degli elettori, la cosa di gran lunga più importante.

Il mio contributo leale a Bersani, e insieme col mio quello dei tanti che hanno sostenuto la candidatura di Dario Franceschini, dovrà essere proprio questo: far vivere le nostre idee e le nostre proposte nel partito con spirito unitario, il che non ci deve impedire di continuare a discutere, come abbiamo saputo utilmente fare nel corso delle primarie.

Questo articolo è stato pubblicato Mercoledì, 11 Novembre 2009 alle 19:59 e classificato in Politica - attualità . Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0 . Puoi inviare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.
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13 Commenti a “La “doppiezza” di Bersani”

giancarla codrignani scrive:
11 Novembre 2009 alle 20:31

SEMPRE LA COSTITUZIONE IN PRIMO PIANO

Giancarla Codrignani

Sarà una fissa, ma vorrei che nessuno dimenticasse la Costituzione, i suoi contenuti, i diritti e i doveri di tutti, governanti compresi. La crisi che ci tocca vivere erode la compattezza del governo e può intaccare l’appeal del “premier”. Siccome l’”eletto dal popolo”, quando percepisce le difficoltà, cerca di rovesciarle a suo favore, non meravigliamoci se la grancassa delle riforme istituzionali batterà presto. Intanto può succedere che un’alta carica europea tocchi ad un italiano, eventualmente di sinistra, e che il governo lo sostenga per puro patriottismo etnico: non sarà il caso che tutti noi, pur contenti, ci sentiamo “grati e onorati”. D’Alema garantisce che non ci saranno più inciuci, memore di essersi incautamente seduto ad un tavolo extraparlamentare convinto che l’intelligente avrebbe sbaragliato il furbo.  Ma resta, scomodo, il precedente.
Infatti anche D’Alema fu presidenzialista. Oggi, più di ieri, l’esperienza vieta ogni tentazione autoritaria. Chi governa deve portare a termine il suo mandato senza essere impallinato da ondeggianti maggioranze (e minoranze) ricattatorie; ma intanto la rinascita di un partito centrista - che favorirà il ripresentarsi di altre formazioni autonome - non illude sui negoziati elettorali.
Impressiona l’intervista rilasciata da Violante al Foglio del 30/X, in cui oltre alla giusta riforma del bicameralismo (al cui proposito cita le “recenti e significative dichiarazioni del presidente del Senato Schifani”), si propone di “rafforzare i poteri del presidente del Consiglio”. Per la magistratura - primo probabile obiettivo riformatore del governo - Violante ritiene necessario “un nuovo sistema di legittimazione: il Csm va rivisto e bisogna estrapolarne le funzioni disciplinari”. Se c’è ancora rifiuto da parte delle toghe di discutere la riforma, è perché vengono sempre aggredite (un “suggerimento al centrodestra”: non ne provochi le reazioni); ma “è impossibile non rivedere l’assetto della giustizia”. Ormai non c’è più rapporto tra partiti e cultura: oggi quella funzione l’hanno assunta le Fondazioni e già lavorano proficuamente insieme quella di Fini (Fare futuro) e quella di D’Alema (ItalianiEuropei). E, giusto ora, lo stesso Violante ha partecipato al varo di una nuova fondazione, che nasce bipartisan: Italiadecide.
La società civile deve capire che sta già cambiando la costituzione materiale, come ha denunciato anche Giovanni Sartori. Occorre una partecipazione attenta che prevenga altri rischi quando già ogni giorno si legifera senza il Parlamento - e bene ha fatto Fini a sospendere provocatoriamente i lavori di una Camera a cui è stata tolta la parola - e si attaccano la magistratura, la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale. Senza una nuova legge elettorale, ma soprattutto senza il bilanciamento dei poteri, la funzione del Parlamento e il rispetto della legalità non corre pericolo una Carta, forse da riformare, ma la democrazia.

Claudio Nunziata scrive:
12 Novembre 2009 alle 10:05

I rimedi illusori per la giustizia
Claudio Nunziata
Chi pratica le aule di giustizia sa che più si riducono i termini di prescrizione, più aumentano i casi di appelli proposti nella speranza di lucrare il relativo beneficio.
Le prescrizioni negli ultimi anni sono in aumento vertiginoso: 66.556 nel 1996, 94.181 nel 2000, 221.880 nel 2004. Gli elementi di conoscenza per identificare la prescrizione in molti casi non sono definibili a priori e non lo saranno neanche nel caso in cui venisse decisa una discriminazione di tempi di prescrizione tra incensurati e recidivi (peraltro in parte già esistente), dal momento che risultano incensurati anche le decine di migliaia di imputati per fatti commessi nei circa 10 anni precedenti, per i quali non si è ancora formato il giudicato.
Da quando è stata approvata la legge cd. ex Cirielli, che nel 2006 ha ridotto i termini di prescrizione per un numero notevole di reati gravi, i casi di appello sono aumentati in misura esponenziale e con essi i casi di processi destinati alla prescrizione sono raddoppiati, anche se non risultano da statistiche ufficiali. I giudici preferiscono impiegare le proprie energie nello smaltimento di processi “veri”, che non siano destinati a venire meno per prescrizione.
Gli avvocati che praticano le aule di giustizia sono consapevoli che quasi un terzo dei tempi di durata dei processi sono dovuti alla fase di appello e che questa fase è destinata prevalentemente ad ottenere o la riduzione della pena o la prescrizione. Da una analisi compiuta sui processi pendenti presso la Corte di Appello di Bologna (in Diritto&Giustizia suppl. al n. 29/2004) è risultato che solo il 7-11% dei processi impugnati si concludono in appello con una pronunzia di assoluzione in luogo della condanna. I tecnici della materia sanno che lo stesso risultato si può ottenere con il ricorso in cassazione o con il giudizio di revisione (in caso di prova nuova decisiva acquisita anche dopo la formazione del giudicato); che se si vuole invertire la tendenza all’aumento della durata dei processi e nello stesso tempo assicurare l’effettività della pena, occorre da una parte agire sul meccanismo delle impugnazioni, dall’altra sganciare i termini di prescrizione dai tempi di celebrazione del processo. Altrimenti la condanna o la improcedibilità per prescrizione dipenderanno dalla causalità che indirizza un processo su un canale più o meno rapido, spesso per effetto di valutazioni che non assicurano parità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge.
Premesso che da questo discorso si possono escludere i processi di Corte di Assise e quelli che in primo grado comportino una pena in concreto maggiore ai tre anni (sono tali solo circa 7000 condanne alla reclusione sulle circa 125.000 pronunziate ogni anno), non si vede il motivo per cui per gli altri processi, soggetti ad appello, sia previsto un meccanismo di congelamento per circa 3 o 4 anni della decisione adottata in primo grado (assoluzione/condanna).
Perché non avere fiducia della decisione del giudice di primo grado in un processo strutturato sul modello accusatorio e comunque fornito di una massa notevole di garanzie ? Perché consentire in appello un riesame pieno del merito del processo ? Perché la decisione del giudice di appello, che nella maggior parte dei casi è adottata al di fuori della conoscenza diretta della prova, dovrebbe essere più affidabile della sentenza di primo grado ?
Se è solo un problema di rivalutazione della entità della pena si possono prevedere delle procedure de plano, più rapide e snelle.
Il problema è solo quello che il governo non ha né la voglia né il coraggio di affrontare la problematica del sistema delle impugnazioni, nonostante sia chiaro che l’adeguamento del nostro sistema processuale al rito accusatorio si sia fermato al primo grado lasciando del tutto intatto il secondo. E – sia chiaro - la Corte Europea sui Diritti dell’Uomo e la Corte Costituzionale ritengono sufficiente un grado di impugnazione.
Ovviamente altri rimedi possono contribuire a rendere funzionale la giustizia, non ultimo quello della riforma delle circoscrizioni giudiziarie, dal momento che circa 10 Corti di Appello su 29 hanno un territorio di riferimento con meno di un milione di abitanti e 94 tribunali su 165 con meno di 250.000 abitanti (la dimensione ottimale dei tribunali risulta essere quella con 30-90 magistrati, ma 77 tribunali hanno meno di 15 giudici). Si può poi tentare di riequilibrare un rapporto, attualmente molto squilibrato, tra magistrati, abitanti residenti e carico di lavoro che in alcune realtà giudiziarie dà causa a tempi processuali più lunghi della media nazionale.
Ma se il governo non identifica i problemi reali, fa venire meno i fondi per la informatizzazione degli uffici e le direttive per una riorganizzazione dei servizi, anche l’impegno ed il sacrificio della magistratura e del personale ausiliario sarà reso vano. E finché la impunità rimarrà il messaggio prevalente, ci sarà poco da sperare in termini di convivenza civile, di sicurezza e di credibilità dello stato di diritto.

Corrado scrive:
12 Novembre 2009 alle 10:49

Io al Congresso ho sostenuto Bersani, che mi sembra il candidato giusto in questo momento per il PD. Lo vorrei vedere più tonico, più presente in TV e sui giornali per portare la voce del PD su questioni fondamentali come la Costituzione e la giustizia, di nuovo minacciate dagli interessi personali del Presidnete del Consiglio.
Mi auguro che questo basso profilo sia da sttribuire alla fase di assestamento anche per i nuovi incarichi (Franceschini alla Camera, Fassino, Fioroni e Marino non si sa dove), e mi auguro che D’Alema vada in Europa anche per lasciare più spazio a Bersani.
Bisogna comunque che il rodaggio finisca in fretta perchè non dobbiamo sprecare la forza ricevuta dalla partecipazione davvero straordinaria alle primarie.

bruno scrive:
12 Novembre 2009 alle 11:06

mi collego all’uscita di rutelli per dire il mio pensiero come militante PD: se non fosse uscito voleva espulso dal partito per danni arrecati allo stasso, se Alemanno governa roma la colpa è solo sua ha fatto più danni al pd lui che il nano, poi avete visto con che bella compagnia si è messo? nel pd non ci deve essere posto per questa gente” fuori dalle balle” I DEMAGOGHI

Giancarlo scrive:
12 Novembre 2009 alle 13:12

Giusto BRUNO fuori dal PD tutti quelli che hanno una piccola idea dversa da chi decide nelle segreterie.
Espulsioni, come già fatto a Bologna e dintorni e PD monolitico. Una sola idea ma da approvare tutti.
Finalmente un partito con le palle…. ma fammi ridere

stefano bacchelli scrive:
12 Novembre 2009 alle 17:13

Giovedi 12 novembre 2009
Scusate se utilizzo il blog per un appello.
Sto leggendo i commenti dei giornali online a proposito del nuovo decreto Salva Berlusconi. Tutti chiedono che il PD si mobiliti veramente. Non basta una giornata a Roma! La gente deve capire che milioni di iscritti e simpatizzanti sono talmente indignati da mettersi alla testa di una risposta in ogni città, in ogni paese. Faccio degli esempi: in piazza Maggiore tutte le domeniche per dieci domeniche per protestare-anche solo per un’ora-a fianco di chi è indignato come noi e vuol vedere concretizzarsi questo sentimento. Non parole, ma una presenza silenziosa, e civile.

Maria Luisa Pasquale scrive:
12 Novembre 2009 alle 17:42

UN CONTRIBUTO LEALE A BERSANI PER L’UNITA’ DEL PARTITO
Maria Luisa Pasquale

Caro Walter, vorrei intervenire sull’ultimo punto da te trattato perchè apprezzo e condivido la volontà di dare un contributo leale a Bersani,anche continuando a portare avanti le nostre idee e le nostre proposte nel Partito con spirito unitario, e continuando a discutere, “come abbiamo saputo utilmente fare nel corso delle primarie” come dici tu.
Anche per me è importante lavorare insieme con tutti e con lealtà per il segretario democraticamente eletto il 25 ottobre. Ciò senza rinunciare alle nostre idee, alle istanze portate avanti nella mozione Franceschini - Bastico che hanno comunque avuto il consenso di tanti militanti e iscritti (il 34,27% a livello nazionale, come hai ricordato). Era importante lavorare prima per l’unità, durante la campagna per le primarie, ed io ho sempre cercato di farlo in ogni circostanza, con i miei interventi e i miei comportamenti tesi a creare un buon clima e un confronto tra i compagni di circolo che non la pensavano come me, ma che io ho continuato a stimare e a rispettare. Ed è ancora più importante farlo ora per non tradire le tante persone che hanno deciso di sostenere e di dare ancora una volta fiducia al Partito Democratico. Sono state davvero tante, al di sopra di ogni previsione, e non possiamo deluderle. Solo con grande pazienza e tolleranza ed evitando tentativi di scissioni o divisioni, possiamo portare avanti il progetto ambizioso del Partito Democratico, nato per essere un partito radicato sul territorio e con un’identità forte, sì, ma anche un partito plurale ed aperto per accogliere e far convivere persone provenienti da culture e storie diverse. E, a proposito di storie diverse, io che non ero iscritta al PCI, prima della svolta della Bolognina, l’ho fatto all’inizio del 1990 iscrivedomi al PDS, ed ora mi appresto a partecipare con grande emozione a questo anniversario, e a rincontrare il vecchio e caro compagno Achille Occhetto.

Vladimiro Ferri scrive:
12 Novembre 2009 alle 18:38

Caro Walter poni alcune questioni, a mio avviso molto importanti, che mi sollecitano a fare alcune considerazioni, per lo meno per come le ho interpretate io in fase di discussione congressuale e nelle motivazioni che poi mi hanno portato a scegliere Bersani.
Sulle primarie, sottolineo che personalmente ho sempre ritenuto necessario si facessero anche per l’elezione del segretario e non solo per dare un ruolo agli elettori,ma anche per rifuggire, lo dico apertamente, dal rischio che una grande partito, che vuole essere articolato e di massa, possa in qualche modo trovarsi assoggettato a “possibili” condizionamenti interni (chiamiamoli così). Ora comunque il fatto che vi sia sintonia tra il popolo degli iscritti ed il popolo degli elettori, non può sollevarci dal dover mettere mano ai regolamenti.
Per quanto concerne il profilo, debbo dire “finalmente”. Il segretario di un grande partito che si candida ad essere alternativo e di governo non può più ( da tempo) avere una connotazione diciamo generalistica tanto per accontentare i più, in quanto sia il partito, sia l’adesione dei cittadini ad esso, si caratterizzerà sempre di più su base programmatica . Questo però, credo che non significhi un automatismo con la candidatura a premier dello stesso segretario.
Infine sulle alleanze penso che i giochi non sono fatti, attenzione!!!!
Un lavoro tutto da costruire e che non dipende solo da noi. Sarei perché si rifuggisse dal mettere il carro davanti ai buoi. Sono perché non si rifacciamo ammucchiate, così come non si cada nell’autosufficenza. Nel mezzo ci sta la politica e la capacità di una classe dirigente di non rinunciare a trovare una sintesi alta e meritevole di essere sostenuta, sempre e comunque per l’interesse del Paese e dei cittadini.

A presto, Vlad

walter Vitali scrive:
13 Novembre 2009 alle 11:50

Mi fa molto piacere che arrivino messaggi su tutti i principali argomenti di attualità politica. Mi impegno a dire la mia su tutto.
Circa il tema del blog, quello relativo alle primarie per i segretari nazionale e regionale del PD, condivido quello che hanno scritto Maria Luisa Pasquale e Vladimiro Ferri. Non condivido quello che ha scritto Bruno, a cui Giancarlo ha già ironicamente risposto. Certamente Francesco Rutelli ha responsabilità nella sconfitta che abbiamo subito al comune di Roma, ma non è il solo. E in ogni caso se il PD deve essere un partito largo deve contenere anche posizioni che non sono generalemtne condivise. E comunque a me preoccupa l’idea di costruire una aggregazione di centro poichè vedo il pericolo della fine del fragile bipolarismo italiano.
Ha sicuramente ragione Stefano Bacchelli a porre il problema giustizia anche con un appello all’azione, problema che era già stato posto bene da Giancarla Codrignani e Claudio Nunziata.
E’ gravissimo che il Presidente del Consiglio pensi di varare l’ennesima legge ad personam, per di più di nuovo incostituzionale come risulta dal disegno di legge presentato ieri al Senato. Si vuole abbreviare ad un massimo di sei anni la durata dei processi, due per ogni grado di giudizio, quando la giustizia italiana non ha i mezzi per poter rispondere a questa esigenza. Ciò si tradurrebbe inevitabilmente in un’amnistia mascherata per tanti reati, non solo per quelli di Berlusconi.
Sono d’accordo con la proposta di mobilitazione avanzata da Stefano, ad una condizione. Che il PD sappia parlare, con proposte concrete, anche a quei tanti cittadini che da anni aspettano un giudizio e che pensano che la giustizia italiana sia lenta e farraginosa. E’ l’unico modo di impedire che Berlusconi faccia leva su questo giusto sentimento per far passare la legge che gli interessa per i suoi processi.

Claudio Nunziata scrive:
13 Novembre 2009 alle 15:40

Gli effetti della mancanza di cultura di governo sulla giustizia penale
Claudio Nunziata - 13 novembre 2009
L’ennesima proposta di riforma della giustizia penale finalizzata a risolvere le pendenze penali di un gran numero di parlamentari inquisiti induce innanzitutto a ritenere che possa essersi ormai strutturata una “associazione a delinquere al fine commettere il delitto di attentato alla Costituzione” in relazione allo stravolgimernto della funzione del Parlamento al fine, dichiarato ed oramai trasparente, non già di perseguire l’interesse generale, ma di assicurare l’impunità del capo del partito di maggioranza e di molti dei suoi sostenitori. Una ipotesi meno catastrofica coinvolge comunque un pesante giudizio di carattere politico sul metodo: far finta di risolvere i problemi giudiziari eliminando i fascicoli, ma lasciando intatte tutte le problematiche che essi evocano. Un ceto politico che tende a proporre la soluzione dei problemi secondo questo schema, evidenzia una mancanza radicale della cultura di governo, perché tende a nascondere i problemi con un meccanismo dialettico che è ancora più truffaldino del gioco delle tre carte. Solo dopo, e per puro esercizio dialettico, possiamo entrare nel merito delle questioni.
Non mi soffermo neanche sulle conseguenze in termini di cultura della legalità, di responsabilità di una classe dirigente, di affidabilità delle istituzioni. Per non parlare del gioco di parole con riguardo ai recidivi, dal momento che questa qualificazione si riferisce soltanto a persone nei cui confronti una sentenza sia divenuta definitiva con nominativo inserito nel casellario giudiziale, cosa che – a causa dei lunghi tempi processuali - avviene spesso a circa a circa 10 anni di distanza dal fatto. Ciò vuol dire che continueranno a risultare incensurati coloro che hanno a proprio carico decine di processi non definiti. Il meccanismo, peraltro, tenderebbe strutturalmente a generare prescrizioni e, quindi, ad eliminare con il tempo quasi del tutto la figura dei recidivi.
Già la legge ex Cirielli del 2006 aveva generato circa mezzo milione di processi prescritti che non sono visibili nelle statistiche ufficiali, dal momento che i giudici non hanno neanche il tempo di iniziare le procedure per la relativa declaratoria (che ha una certa complessità di adempimenti di cancelleria da soddisfare) e l’80% di esse viene dichiarato direttamente in fase di indagini, spesso mascherato in un provvedimento di archiviazione. Lo stato di sofferenza dei servizi giudiziari è visibile anche per il solo fatto che il Ministero gioca sui numeri e non fornisce statistiche aggiornate (le ultime pubblicate sul sito del Ministero risalgono al 2005) ed indica le prescrizioni del 2007 in regresso, dalle 208.302 del 2004 alle 156.842 del 2007 (dato di una inattendibilità sconcertante).
L’effetto combinato della legge ex Cirielli del 2006, di questa proposta di legge (la prescrizione biennale per fase) e della mancanza di iniziative per mettere in condizione gli uffici giudiziari di trattare i processi nei tempo previsti, è destinato a generare la estinzione di quasi tutti i processi penali pendenti, fatta eccezione per i processi a carico di detenuti e per reati di criminalità organizzata (9.697 nel 2007) e terrorismo (in totale 133 nel 2007).
Nella sostanza è possibile prevedere – con una valutazione molto approssimativa ma fondata sulla esperienza - che dopo l’approvazione di questa legge rimarranno da celebrare solo il 30% dei processi attualmente pendenti. Per il resto tutte energie materiali ed intellettuali che verranno buttate al vento, ansie e speranze di parti offese umiliate e tradite.
Nel 2005 le pendenze erano di 1.897.896 dinanzi alle procure, di 65.642 dinanzi ai Giudici di Pace, di 792.581 dinanzi ai GIP-GUP, di 349.527 dinanzi al tribunale monocratico, di 21.696 dinanzi ai tribunali collegiali, di 139.204 dinanzi alle Corti di Appello, di 94.235 dinanzi alla Cassazione. Solo pochissimi tribunali sono in grado di celebrare i processi in tempi inferiori a quelli previsti nella proposta di legge. Una analisi del Ministero indica che in solo 11 Corti di Appello su 29 i tempi di celebrazione medi sono inferiori a quelli previsti dal progetto e solo in 5 i tempi di celebrazione consentono di celebrare in tempo utile tutti i processi pendenti.
Si può prevedere, dunque che attraverso questo colpo di bacchetta magica i circa 3 milioni e mezzo di procedimenti penali pendenti si trasformeranno di incanto in un milione. Dei circa 4 milioni di cittadini italiani che sarebbero esentati dal giudizio (il rapporto processo/imputati è mediamente di 1 a 1,6), ipotizziamo che circa un terzo venga assolto, ma i restanti 2 milioni e mezzo sarebbero automaticamente trasformati in cittadini incensurati, a vita. D’altra parte come i tanti piduisti e burattinai che hanno tradito la Costituzione e la democrazia di questo paese. Per gli altri la giustizia penale funzionerà d’incanto. Destinatari ne saranno prevalentemente i delinquenti di strada, coloro che la polizia (l’esecutivo) avrà scelto di arrestare, riservando ad essi quel processo più veloce che sarà in grado di discriminarli per sempre rispetto ai restanti cittadini. Ma non sarà eliminata in Italia la questione penale ed il problema della illegalità diffusa che involge tanta parte della classe dirigente e che continuerà ad inquinare nel profondo il sistema economico.

Paolo Rebaudengo scrive:
13 Novembre 2009 alle 18:32

Primarie, Bolognina e caduta del muro.

Il 12 novembre al Circolo della Bolognina con Occhetto e Fassino per commemorare la svolta della Bolognina (si può discutere se sia stata più importante, nella storia del PCI, della svolta di Salerno). La sala strapiena già mezz’ora prima dell’orario di inizio. A occhio, gli iscritti non dovevano essere ragazzi neppure vent’anni prima, quando Occhetto, tre giorni dopo la caduta del muro, si era presentato per annunciare che era necessaria una svolta e il cambiamento del nome, se non altro per non imbarazzare l’internazionale socialista, pronta ad accogliere la richiesta di adesione del Partito Comunista Italiano. Alcuni iscritti oggi si presentano all’appuntamento accompagnati dalla badante dell’Est. In quarta fila, accanto a me, una di queste, legge la Literaturnaja Gazeta. Stesso formato di quella che leggeva Togliatti all’Hotel Lux di Mosca. Non più compagna, l’ex sovietica, è sorella e madre dell’anziano militante. Perché, nel 1989, dare l’annuncio a Bologna? Perché qui era più facile, qui il comunismo ha sempre avuto una forte anima riformista. Le pulci nella criniera del cavallo di razza denunciate da Togliatti erano emiliane e stavano nel movimento cooperativo. In Emilia-Romagna la cultura social-democratica derivava da una pratica di amministrazione pubblica che coniugava, come ancora oggi, crescita civile, culturale, sociale e sviluppo economico . Con rigore e onestà si dialogava con gli imprenditori e si impedivano le speculazioni urbanistiche. Fassino ricorda gli antefatti che hanno preparato la svolta della Bolognina. Le critiche all’URSS per la repressione della primavera di Praga, l’intervista di Berlinguer a Pansa nel 1976 (l’ombrello della Nato come garanzia dell’autonomia del PCI), lo strappo con l’URSS in occasione dell’intervento dell’armata rossa in Polonia, la dichiarazione della fine della spinta propulsiva della rivoluzione sovietica, la dichiarazione sulla democrazia come valore universale, la posizione nettamente contraria sull’invasione dell’Afganistan. Occorre aggiungere che Enrico Berlinguer era cresciuto con un padre azionista, come Giorgio Amendola con un padre liberale. E che Berlinguer si era già fatto notare quando a Mosca, rappresentante della gioventù comunista, osò brindare, davanti a una delegazione jugoslava, a Trieste italiana, e ne derivò quasi una rissa. I vari Cossutta avevano però tenuto in scacco chi da tempo era pronto nel PCI a fare il passo verso il socialismo (e anche i craxiani non facilitarono certo il compito). E non doveva essere una minoranza esigua se dopo il cambio del nome (che doveva solo formalizzare, cambiando il marchio della ditta, come direbbe Bersani, la corrispondenza del nome con la realtà ideologica e politica del PCI) se dalla Bolognina all’effettiva nascita del PDS doveva passare un anno e mezzo e se un terzo degli iscritti seguì gli scissionisti. Fassino ricorda anche il martirio di Imre Nagy e la sua riabilitazione da parte del PCI. Fa benissimo Fassino a parlare di Nagy e del 1956 ungherese come antefatto alla caduta del muro. A chi volesse approfondire quel periodo vorrei suggerire la lettura di un libro affascinante, di valore documentario, i ricordi di Sandor Kopacsi, ex operaio metallurgico, ex partigiano contro i tedeschi e a fianco delle truppe sovietiche al momento della liberazione del Paese, a soli 28 anni questore di Budapest, schierato nel 1956 con la rivolta antisovietica, sostenitore di Nagy. Sfuggito alla condanna a morte ma non alla condanna all’ergastolo. Amnistiato sette anni dopo, è cancellato dalla vita civile e solo nel 1975 ottiene un visto per il Canada. Tradotto e pubblicato in Italia nel 1980 dalle edizioni e/o col titolo “in nome della classe operaia”, con una interessante prefazione di Aldo Natoli. In Ungheria, come nella Polonia di Golmulka i rivoltosi non mettono in discussione il socialismo, anzi ovunque si costituiscono consigli operai. Per qualche giorno, in seguito a una presa di posizione di Kruschev , appoggiato da Mikojan, sembra possibile che le truppe sovietiche abbandonino l’Ungheria, lasciandola libera di percorrere la strada democratica. La storia dell’intero pianeta e del socialismo sarebbe forse andata diversamente. E’ il tema affrontato in un bellissimo saggio di Agnes Heller e Ferenc Fehér “Ungheria 1956: anatomia di una rivoluzione politica”, pubblicato a puntate nel Manifesto del 30 giugno, 1,8, 18 luglio 1979. Sulle primarie dirò un’altra volta, mi sono fatto prendere la mano, sono stato troppo lungo.

Gabriella Rovatti scrive:
23 Novembre 2009 alle 16:36

Un saluto a tutti.Io questa volta avevo sostenuto Franceschini e Marino. Ho grande stima di Bersani, ma penso che ci sia bisogno di rinnovamento.Sarò Cassandra, ma vi riporto alcuni commenti del popolo che ha vcotato PD senza essere iscritto.Sono arrabbiati, specialmente i giovani per il problema della privatizzazione dell’acqua, ma non solo. I meno giovani per i contrasti che si stanno creando con Di Pietro unico alleato che contrasti fortemente questa maggioranza.Gli errori del passato ( molti ) ma specialmente il non aver affrontato il conflitti d’interesse, rende la nostra vecchia classe politica poco
rassicurante ai più. Certi errori si paganoanche come partito nuovo se le persone restano poi sempre le stesse a fare politica. Il sospetto della “convenienza” per non affrontare certi temi scottanti resta. Molti mi stanno dicendo che se restiamo un partito da un colpo al cerchio e uno alla botte, alle prossime elezioni non andranno a votare. Il guaio è che non riesci più a dissuadarli anche se continuo a ripetere che così si fa il gioco di Berlusca. Vogliono vedere non solo le discussioni all’interno del partito, ma uno slancio forte di contrasto. Sarò pessimista ma io la vedo ancora nera per il PD che ancora non rappresenta le voci forti che un’alternativa di speranza dovrebbe dare a tutti i trombati e i delusi.Molti mi dicono scherzando sempre meno…meno male che abbiamo “il compagno ” Fini.Vedete Voi come tirare le somme, ma se le tirerete con Casini si aggiungerà da una parte , ma si perderà dall’altra.Si chiede moralizzazione a gran voce.E si chiede che i cittadini abbiano una voce. La lega ha il suo modo di comunicare, stupido e idiota, ma prende il voto di tanti stupidi o disgraziati che dir si voglia, Casini starà sempre con la chiesa e i laici saranno risentiti perchè molti diritti laici verranno calpestati
Di Pietro sembra che sia diventato il nostro naturale nemico ?.. Io la vedo nera.
Inoltre vorrei una risposta su alcuni dubbi..Ma non avevamo fatto un referendum per abolire il nucleare i l’immunità…La voce del cittadino scade dopo un certo periodo?Non si dovrebbero rifare i referendum se si vuole abolire ciò che i cittadini avevano scelto anni fa? Se continuiamo così, penso che Berlusca regnerà fino alla sua morte. ma di questi tempi forse non desideriamo altro..o mi sbaglio ?

harris piano scrive:
26 Gennaio 2010 alle 21:23

harris piano…

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