La lunga maratona del congresso e delle primarie del PD è finita. Ed è stato indubbiamente un successo. Alle assemblee di circolo, che si sono tenute entro il 30 settembre, hanno partecipato 466.573 iscritti, pari al 56,40%. Alle primarie del 25 ottobre hanno partecipato 3.102.709 elettori, solo 400mila in meno del 14 ottobre 2007. Anche a Bologna (94.464 elettori) e in Emilia-Romagna (391.085 elettori) la partecipazione alle primarie è stata alta.
I risultati sono noti. Pierluigi Bersani è il nuovo Segretario nazionale del PD, il Segretario di tutti, con il 53,23% dei voti (54% in Emilia-Romagna, 56.79% a Bologna). Dario Franceschini ha ottenuto il 34,27% dei voti (33,9% in Emilia-Romagna, 29,96% a Bologna) e Ignazio Marino il 12,3% dei voti (12,1% in Emilia-Romagna, 12,02% a Bologna). Stefano Bonaccini è il nuovo Segretario regionale del PD con il 51,2% dei voti (a Bologna ha conseguito il 52,33%). Mariangela Bastico ha ottenuto un ottimo risultato con il 36,5% dei voti (33,15% a Bologna) e Thomas Casadei ha ottenuto il 12,49% dei voti (12,52% a Bologna).
Vi sono tre paradossi che hanno caratterizzato l’elezione di Bersani a Segretario del PD.
Il primo riguarda il fatto che ha ottenuto più di 1 milione e 600 mila voti di elettori. Se fosse stato votato solo dagli iscritti, come la sua mozione avrebbe voluto, sarebbe stato eletto da molte meno persone, e avrebbe di conseguenza una minore autorevolezza.
Il secondo paradosso riguarda la principale ragione per cui Bersani è stato preferito a Franceschini e Marino, che con ogni probabilità ha a che fare con il suo profilo di sperimentato uomo di governo. In questo modo si afferma nei fatti il principio stabilito nello Statuto vigente, secondo il quale il Segretario del PD è il candidato premier alle elezioni successive, principio che la sua mozione ha contestato.
Il terzo paradosso riguarda il fatto che l’uscita dal PD di Francesco Rutelli, con la motivazione che Bersani rappresenta il ritorno ad un partito della sinistra con qualche indipendente, induce il segretario ad accentuare la continuità con il progetto originario del PD, che la sua mozione metteva in dubbio.
Sia a livello nazionale che a livello locale le primarie hanno comunque fotografato una realtà plurale di cui entrambi i segretari, Bersani e Bonaccini, hanno dichiarato di voler prendere atto. E infatti, Bersani ha proposto a Dario Franceschini - il quale ha accettato - di assumere l’incarico di Presidente del Gruppo PD alla Camera.
Il discorso di Bersani all’Assemblea Nazionale del 7 novembre ha mostrato un duplice andamento, una sorta di “doppiezza” che rappresenta bene la realtà del PD uscito dalle primarie.
Nella parte iniziale del suo discorso, quella dedicata alle proposte, ha dimostrato chiaramente di pensare ad un PD che parla a tutta la società, che non si rinchiude in un recinto prestabilito, che parla alle persone in carne ed ossa più che al ceto politico. Sono risuonati, a mio avviso positivamente, anche accenti che mi hanno ricordato il discorso del Lingotto di Walter Veltroni.
Nella seconda parte, invece, tutto ciò è entrato in contraddizione con l’elencazione minuziosa delle forze, numerose ed eterogenee, con cui ci dovremmo alleare per vincere le elezioni. Se dobbiamo condividere le nostre proposte con tutti quegli alleati finiremo presto nelle condizioni poco rassicuranti in cui era l’Unione nella scorsa legislatura. E l’idea di una riforma elettorale di tipo proporzionale, che non è stata esclusa nel discorso del Segretario, secondo me sarebbe una sciagura.
Quale Bersani prevarrà, il primo o il secondo? Io mi auguro che prevalga il primo, non per negare le alleanze, ma per non sostituirle alla ricerca del consenso degli elettori, la cosa di gran lunga più importante.
Il mio contributo leale a Bersani, e insieme col mio quello dei tanti che hanno sostenuto la candidatura di Dario Franceschini, dovrà essere proprio questo: far vivere le nostre idee e le nostre proposte nel partito con spirito unitario, il che non ci deve impedire di continuare a discutere, come abbiamo saputo utilmente fare nel corso delle primarie.


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SEMPRE LA COSTITUZIONE IN PRIMO PIANO
Giancarla Codrignani
Sarà una fissa, ma vorrei che nessuno dimenticasse la Costituzione, i suoi contenuti, i diritti e i doveri di tutti, governanti compresi. La crisi che ci tocca vivere erode la compattezza del governo e può intaccare l’appeal del “premier”. Siccome l’”eletto dal popolo”, quando percepisce le difficoltà, cerca di rovesciarle a suo favore, non meravigliamoci se la grancassa delle riforme istituzionali batterà presto. Intanto può succedere che un’alta carica europea tocchi ad un italiano, eventualmente di sinistra, e che il governo lo sostenga per puro patriottismo etnico: non sarà il caso che tutti noi, pur contenti, ci sentiamo “grati e onorati”. D’Alema garantisce che non ci saranno più inciuci, memore di essersi incautamente seduto ad un tavolo extraparlamentare convinto che l’intelligente avrebbe sbaragliato il furbo. Ma resta, scomodo, il precedente.
Infatti anche D’Alema fu presidenzialista. Oggi, più di ieri, l’esperienza vieta ogni tentazione autoritaria. Chi governa deve portare a termine il suo mandato senza essere impallinato da ondeggianti maggioranze (e minoranze) ricattatorie; ma intanto la rinascita di un partito centrista - che favorirà il ripresentarsi di altre formazioni autonome - non illude sui negoziati elettorali.
Impressiona l’intervista rilasciata da Violante al Foglio del 30/X, in cui oltre alla giusta riforma del bicameralismo (al cui proposito cita le “recenti e significative dichiarazioni del presidente del Senato Schifani”), si propone di “rafforzare i poteri del presidente del Consiglio”. Per la magistratura - primo probabile obiettivo riformatore del governo - Violante ritiene necessario “un nuovo sistema di legittimazione: il Csm va rivisto e bisogna estrapolarne le funzioni disciplinari”. Se c’è ancora rifiuto da parte delle toghe di discutere la riforma, è perché vengono sempre aggredite (un “suggerimento al centrodestra”: non ne provochi le reazioni); ma “è impossibile non rivedere l’assetto della giustizia”. Ormai non c’è più rapporto tra partiti e cultura: oggi quella funzione l’hanno assunta le Fondazioni e già lavorano proficuamente insieme quella di Fini (Fare futuro) e quella di D’Alema (ItalianiEuropei). E, giusto ora, lo stesso Violante ha partecipato al varo di una nuova fondazione, che nasce bipartisan: Italiadecide.
La società civile deve capire che sta già cambiando la costituzione materiale, come ha denunciato anche Giovanni Sartori. Occorre una partecipazione attenta che prevenga altri rischi quando già ogni giorno si legifera senza il Parlamento - e bene ha fatto Fini a sospendere provocatoriamente i lavori di una Camera a cui è stata tolta la parola - e si attaccano la magistratura, la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale. Senza una nuova legge elettorale, ma soprattutto senza il bilanciamento dei poteri, la funzione del Parlamento e il rispetto della legalità non corre pericolo una Carta, forse da riformare, ma la democrazia.